lunedì 18 febbraio 2013

Recensione: Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald


Un salto nel passato con un libro che sta tornando in auge, complice anche il cinema che sembra interessarsene di nuovo.
L'ho letto sia per curiosità che come base per una lettura successiva (One Fifth Avenue) e devo dire che non me ne sono pentita.

Titolo: Il grande Gatsby
Autore: Francis Scott Fitzgerald
Edizione: Mondadori
Prezzo:  9,00 €
Trama (tratta da www.anobii.com): Chi è il misterioso e ricchissimo vicino di casa di Nick Carraway, a West Egg? E perché passa tanto tempo a fissare quella piccola luce verde che brilla su uno dei moli dell'altra sponda della baia? Il filo conduttore del capolavoro di Francis Scott Fitzgerald è il sogno impossibile cullato da Jay Gatsby. L'ambizioso giovanotto, che ha saputo conquistarsi con tutti i mezzi, leciti e no, prestigio, ricchezza e rispettabilità, vuol far rivivere l'amore fiorito un tempo tra lui e Daisy che un giorno lo ha respinto, povero e senza prospettive, per sposare il rampollo di una delle grandi famiglie americane. Ma i sogni più sono belli e meno hanno la possibilità di avverarsi. E Jay Gatsby non solo non riuscirà a strappare Daisy a Buchanan, pur gettando sulla bilancia tutto il peso del suo fascino e del suo potere, ma finirà addirittura col cadere, vittima innocente, sotto i colpi di un marito tradito messo sulle sue tracce, per vendetta, dal perfido rivale. Al di là dei riferimenti autobiografici, "Il Grande Gatsby" è sopratutto il ritratto di un epoca in cui il mondo dei contrabbandieri di alcolici si mescolava allegramente con quello dei banchieri e delle 'flappers' dei "Roaring Twenties", in attesa che la Grande Crisi seppellisse tutto sotto le macerie dell'"American Dream".

Un salto nei ruggenti anni venti americani tra figure quotidiane e personaggi singolari, in un'epoca in cui il Nuovo Continente sembrava offrire a tutti la possibilità di diventare ciò che più si desiderava. E brutale nello sputare in faccia la verità.
In uno stile che mi ha ricordato molto 'Gli indifferenti' di Moravia, Fitzgerald ci porta a New York, sulle isolette della sua baia, West Egg e Est Egg, tra differenze sociali che si accompagnano l'una di fianco all'altra senza che nessuno se ne stupisca.
Il vicino di casa di Nick, giunto dall'Ovest per lavoro, è un personaggio piuttosto singolare, vive in una villa enorme con uno stuolo di servitori e da feste immense, aperte a tutti, ove la maggior parte delle persone arriva senza invito. Lui difatti è uno dei pochi a ricevere un invito ufficiale.
Scoprirà ben presto che la cosa non è disinteressata, Gatsby infatti (più giovane di quello che il protagonista crede in un primo momento) ha precisi intenti su una parente di Nick con cui lui è in contatto.
Il romanzo, come dicevo, si snoda lungo un'epoca in cui sembra contare solo il divertimento, l'ostentazione, ma dove regna, sostanzialmente, una noia di fondo, un mal di vivere che sembra andare di pari passo con la frenesia del'essere spensierati. Non è vera e propria serenità, nè, tantomeno felicità, ma i personaggi si sentono obbligati a dimostrare che si stanno divertendo, che sanno godersi la vita, che sono grati per le ricchezze ricevute. Conta 'apparire' felici, come se questo potesse, in qualche modo, portare anche una felicità reale.
Ben lungi dal sortire quest'effetto, l'impressione più forte è solo di noia: noia di vivere, di festeggiare, di divertirsi.
le persone che si radunano alle feste di Gatsby sembrano cercare in lui qualcuno che li tiri fuori dal circolo vizioso. Sembrano vedere in lui qualcuno che ha capito, ed ha la chiave, della vera felicità.
In realtà, ciò che muove il giovane è un bisogno smodato di apparire per ciò che non è, di circondarsi di fama e successo, di apparire come ha sempre sognato, mascherando ciò che è in realtà. Cosa consentita da ricchezze avute in modi che non cito, e dalla volontà altrui di accettare ciò che gli viene proposto senza preoccuparsi di scavare a fondo.
Circolano voci su Gatsby eppure nessuno si cura di verificarle, di approfondirle. E' più comodo accettare la sua ospitalità senza sforzarsi di conoscere veramente chi c'è dietro e quali sono i reali motivi.
Contemporaneamente però, sono presenti grandi passioni che da sotto la cenere divampano fino a muovere le azioni di molti, alcuni anche inconsapevoli della tragedia che si sta consumando, coinvolti, loro malgrado, dall'opportunismo altrui.
E' indubbiamente un libro che, al di là della trama e dei personaggi, mostra un momento storico dal punto di vista della quotidianità. Non grandi personaggi che tenevano le fila del mondo, ma persone comuni, i vicini di casa, gli abitanti di un periodo che se ha fatto epoca, è stato proprio grazie a personaggi simili.

Personaggi: Gatsby protagonista non protagonista, è la rappresentazione dell'illusione americana. Vuole essere ciò che non è, vuole essere 'qualcuno', ma per farlo si limita a ciò che può fare con la mera apparenza, senza che sotto vi sia una reale sostanza. Mostra comunque una volontà ferrea per certe cosa basilari che porta ad una certa ammirazione.
Nick. Nonostante sia il protagonista e ci mostri i suoi pensieri, si autoritaglia il ruolo di narratore, senza entrare nel merito e senza prendere atteggiamenti da eroe nonostante il finale. Rimane coinvolto nella vicenda, soprattutto a livello emotivo, ne chiede conto a chi di dovere, ma limita le sue espressioni, fermandosi poco oltre l'obbligo di cronaca.
Daisy, una figura femminile che non mi è piaciuta granchè. Indecisa opportunista, falsa romantica, non incarna il mito dell'amore eterno, bensì quello di una donna pratica. Prova ad essere la Lei travagliata e indecisa, ma l'impressione è che la sua decisione sia stata sempre ferma e risoluta da tempo e mai mutata nonostante ciò che si svolge sotto i suoi occhi.
Tim è stato, sinceramente, il personaggio che ho trovato più di spessore. Non è indolente, ma attivo, sa quello che vuole e riesce ad ottenerlo, muovendosi attivamente e tirando le fila dei discorsi. Alla fin fine, nonostante l'antipatia che ha suscitato, è stato il mio preferito.

La narrazione è fatta in prima persona dal protagonista, che mantiene lo stile dell'epoca, con una scrittura quieta e non troppo azzardata dove certe cose, di cui 'non sta bene parlare' sono solo accennate, suggerite, lasciate intendere senza che se ne parli apertamente.
Dalle sue parole emerge tutta l'inedia e l'indolenza del tempo con termini appropriati e talvolta anche desueti.
Per lo stesso motivo non sono presenti immagini d'effetto sia visive che narrative, mantenendo il tutto su toni pacati e rilassanti, nonostante le tragedie affrontate.

Giudizio finale complessivo: Non mi è dispiaciuto. La visione di grandi feste, di divertimento sfrenato, della vacuità di certi atteggiamenti, mi ha fatto sorridere e anche pensare che la tanto decantata perdita di valori attuale forse c'è sempre stata giacché viene mostrata in un libro ambientato poco meno di cento anni fa. La medesima aria festaiola inoltre, mi ha a sua volta rilassato, facendomi apprezzare la lettura e facendomela percepire come leggera pur non essendola affatto.
Voto: 7/10

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