mercoledì 13 novembre 2013

Recensione: Il paradiso dei diavoli di Franco Di Mare

Altro bel libro capitatomi tra le mani ultimamente. Sì lo so, sarebbe il giorno del WWW, ma per il momento quella rubrica è in standby.

Titolo: Il paradiso dei diavoli
Autore: Franco Di Mare
Edizione: Rizzoli
Prezzo: 18,00 €
Trama: Il nuovo romanzo di Franco Di Mare è un doloroso inno d’amore a Napoli e insieme il racconto mozzafiato delle sue eterne contraddizioni. L’autore rivelazione di Non chiedere perché dipinge ora un ritratto vivido e agghiacciante della città, un presepe dove hanno posto tutti, il borghese, ’o guaglione, il commerciante, il cronista di nera, la casalinga, l’intellettuale, e tutti sono in qualche misura contagiati dal Male che abita il golfo più bello del mondo.

Provo a darvi la mia opinione su questo testo, ma è uno di quei casi in cui non sono sicura di riuscire nell'intento che mi prefiggo. Questo è uno di quei libri 'tante cose' e come tutti i libri tante cose la chiave di lettura è varia, soggettiva e mutevole. Può essere un leggero thriller, con colpevole e investigatore già palesi, può essere un quadro sociale, una vaga accusa politica, un affresco attuale e molto altro. Si possono analizzare tutti gli aspetti finendo per scrivere un trattato più lungo del libro stesso; si può parlare di uno o più aspetti sapendo che sarà una riflessione incompleta; oppure si possono lasciare da parte tutte le dissertazioni sociofilosofiche e parlare della storia per la sua veste ufficiale: un libro su Napoli e la sua gente. Uno spaccato fatto di flash tra presente e passato (non molto passato, l'adolescenza dei protagonisti, dove molte cose iniziano e dove certe strade si delineano) che ci mostra cose che, forse, tutti bene o male sappiamo (niente nel libro è stata una sorpresa), ma in maniera totalmente diversa. Viste da dentro, molte cose cambiano. Non che si finisca per invertire bene e male, ma al posto di rifiuto, giudizio e condanna, ci si ritrova, quantomeno, a comprendere.
L'autore ci mette del suo. Apparentemente non da giudizi e presenta i fatti nudi e crudi, in realtà (ed è bravissimo e merita un plauso per questo) è abilissimo a manovrare i sentimenti e i pensieri dei lettori. A portarli a pensare cose tipo: sì ha ammazzato questo e quello, però poverino.
La sua presenza si sente molto anche in alcuni brani, probabilmente su argomenti a cui teneva in maniera particolarmente, come ad esempio la tesi del napoletano come lingua a se stante e non come dialetto, o come nel passaggio dell'arte culinaria tra madre e figlia.
Un riassunto quindi, di tante figure, molto caratteristiche e molto ben caratterizzate. Che poi simili personaggi si ritrovino in qualunque altro luogo al mondo è una riflessione che lascio ad eventuali altri lettori.

Personaggi: L'elemento essenziale della storia. Le vicende in sé non sarebbero niente di particolare senza i personaggi che li popolano. Soffermarsi su tutti è un po' difficile, ma i principali sono davvero belli. Carmine, che ritengo il protagonista, è una figura che raramente s'incontra in un libro: un letterato killer. Non riesce a liberarsi della coscienza, non riesce ad essere freddo e indifferente mentre fa il suo lavoro, continua a sentirsi perseguitato dall'etica e dalla morale. 'I buoni che si corrompono diventano pessimi', questo è ciò che dice di sé, riferendosi più al suo stato d'animo che non a ciò che fa. Lena, la sua ragazza, mi è sembrata un po' l'emblema della donna che si fida tanto da non voler vedere che alcune cose non tornano. Così innamorata da accantonare le incongruenze classificandole come cose non importanti, salvo poi essere costretta ad aprire brutalmente gli occhi. Mi è piaciuto molto anche il giornalista, Marco Di Matteo, sfrontato fin da giovane, un filo lamentoso, un pelo vittimista, ma, alla fin fine, ben deciso a non farsi travolgere da ciò che è sbagliato, tenendosi ben stretta la sua onestà e la sua morale etica. Mi sarebbe piaciuto poter parlare anche di Nicola Camèl, che non è un brutto personaggio (a parte l'essere un mafioso), a suo modo è leale. Purtroppo l'autore l'ha reso imperscrutabile, sia nella realtà del romanzo, sia agli occhi dei lettori.

Stile: Un misto di italiano corretto e parlata napoletana (ma sempre, per fortuna, tradotta) che riflette un po' anche il carattere del libro: un misto di persone corrette, persone che si credono corrette, persone che fingono di essere corrette, persone 'dialettali' (anche se questo vorrebbe dire conferire ad alcuni personaggi napoletani, un'unicità che non ritengo abbiano. Le stesse figure le si possono incontrare da qualunque altra parte del mondo. Forse a Napoli emergono di più, o forse ce ne sono di più. Non saprei). Molto belli i momenti introspettivi, cruda l'esposizione dei fatti, come sarebbe giusto fosse sempre. La totale mancanza di indicazioni temporali ad inizio dei capitoli porta a fare un po' di confusione tra passato e presente. Non sarebbe stato male inserirle.

Giudizio finale complessivo: Un libro che mi è piaciuto molto. Mi ha coinvolta e affascinata. Mi sono piaciuti i tanti spunti di riflessione e mi sono arrabbiata per le tante ingiustizie raccontate. L'autore è stato bravissimo a coinvolgermi e a stimolare il mio lato empatico verso i personaggi giusti. E' stato impossibile non notare anche l'amore di Di Mare per la sua città e, anche se, come dicevo, questo libro non contiene niente che non avessi già visto, fa sempre un po' male leggerle. Finale triste, struggente e bellissimo, e ve lo dice una che ama i lieto fine.
Voto: 9/10


2 commenti:

  1. bella recensione mi hai convinta lo segno:)

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    1. Spero che ti piaccia! Ho notato che spesso non abbiamo gusti concordanti. :D

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