venerdì 25 novembre 2016

Recensione: Finché sarò tua figlia di Elizabeth Little

Uff... non mi piace recensire i libri a cui do tre stelle. Son quei libri a metà su cui non so mai cosa dire. Non sono brutti da puntare il dito sui difetti, né belli da esaltarne i pregi. Una faticaccia esprimere la propria opinione. Comunque, eccola qui.
Poi sarà stato anche così acclamato, ma su goodreads non è che abbia sta gran valutazione stellare.

Titolo: Finché sarò tua figlia
Titolo originale: Dear Daughter
Autore: Elizabeth Little
Edizione: Garzanti
Prezzo: 9,90€
Trama: È stato acclamato da lettori e librai come uno dei thriller psicologici più incalzanti degli ultimi anni, grazie alla voce di una protagonista incredibilmente dura, ribelle e tormentata. La storia di una madre e di una figlia. E di un amore così forte che a volte può somigliare all’odio.
Il cielo è immenso sopra di lei ed è così blu da fare male. Janie stringe gli occhi per non rimanere accecata. Non è più abituata a tutta quella luce. Janie ha ventotto anni, ma gli ultimi dieci anni della sua vita li ha trascorsi in prigione, in cella di isolamento. Proprio lei, bella ragazza ricca di Beverly Hills, viziata reginetta del liceo. L’accusa è quella di aver ucciso sua madre Marion, una donna molto esigente con cui non aveva un bel rapporto. Perché Janie era un’adolescente ribelle e contestatrice e sua madre non faceva nulla per nascondere la sua delusione di non avere la figlia perfetta. Tutte le prove erano contro di lei. Dopo l’ennesima notte di baldoria, è stata trovata priva di sensi accanto al cadavere della madre. Le mani sporche del suo sangue e le sue impronte dappertutto. Incapace di raccontare quello che è successo. Ma Janie ha sempre saputo di essere innocente. Ricorda poco della notte dell’omicidio, lo shock le ha confuso la mente, ma sa di aver sentito sua madre avere un alterco con uno sconosciuto e un nome, Adelina. E adesso che il suo avvocato è riuscito a farla uscire di prigione, Janie non ha dubbi. Deve scoprire cosa è successo, deve dimostrare, soprattutto a sé stessa, di non essere colpevole. Deve diventare la figlia che Marion ha sempre sognato. Adelina è una città dell’Illinois. È lì che Janie deve andare se vuole capire la verità. Una città piccola e sperduta in mezzo alla campagna. Una comunità chiusa che guarda con sospetto e ostilità la nuova arrivata. E che nasconde tutte le risposte che Janie cerca. Non solo sulla morte di Marion, ma anche sulla sua vita e sulla sua vera identità. Mai come adesso Janie sente di conoscere la donna che per prima l’ha tenuta tra le braccia… Finché sarò tua figlia è un esordio impossibile da dimenticare. Venduto in contemporanea in 20 paesi, ha scalato tutte le classifiche bestseller in soli due giorni.

Voto: 3/5 (6/10)
Questo libro era nella mia TBR, anche se non a breve, ma trattandosi di un libro bonus per una sfida, ne ho anticipato la lettura.
Dico subito che non mi ha colpita particolarmente (e il voto forse lo dimostra). Uno di quei racconti in cui dici 'Sì, carino', ma c'è di meglio. Niente di eccezionale dalla trama. Non una di quelle storie 'già sentite', però non mi è sembrata neanche originale. Non mi ha incuriosita, né fatto venir voglia di trovare il vero colpevole. Mi sono semplicemente fatta trascinare dalle pagine sapendo che prima o poi sarei arrivata in fondo e mi avrebbero detto tutto senza durare grande fatica.
Non ho percepito i colpi di scena come tali, anche se li ho riconosciuti nell'intento dell'autrice, né sono stata con il fiato sospeso in alcun modo. In teoria motivi per farlo ce n'erano, con la protagonista che assume una falsa identità e rischia di essere scoperta ad ogni passo, solo che con me non ha funzionato.
Il problema grosso credo sia stata proprio Janie. Non sono entrata in sintonia con lei, non mi è piaciuta e fin dall'inizio l'ho sopportata poco. Non mi è sembrata ben definita, perché è forte in alcuni momenti e fragile in altri, ma questo dualismo sembra più dato dalla volontà dell'autrice di farla reagire in un certo modo, che non da una caratterizzazione naturale del personaggio. come se non bastasse narra in prima persona ed è abbondantemente egocentrica. Questo vuol dire vedere tutti gli altri personaggi attraverso i suoi occhi e realizzare che non le importa di nessuno di loro. Inoltre ci si ritrova con poche, blande, informazioni, che portano a visualizzare stereotipi comuni e diffusissimi.
Di positivo c'è stata una scrittura molto scorrevole e capitoli non troppo lunghi che favoriscono la lettura. Anche le descrizioni delle città non sono state male, ma non so dirvi se esistano davvero o siano luoghi fittizi. Brutto nel finale, quel voler risolvere tutto all'ultimissimo secondo; mi sono chiesta quante pagine volesse sprecare in quella scena, considerando l'esito scontatissimo.
Pur non essendo un capolavoro poteva essere un buon libro, divertente e stimolante, invece si è rivelato piatto e senza entusiasmo. Peccato.

lunedì 14 novembre 2016

Recensione: La mano sinistra di Satana di Roberto Genovesi

Salve lettori, come ve la passate? Non so da voi, ma qui settimana scorsa ha piovuto tutti i giorni e tra un po' mi verrà fuori un reuma, lo so.
Prima che mi si rattrappiscano le mani vi lascio la mia opinione su questo libro che non mi ha dato proprio ciò che volevo.

Titolo: La mano sinistra di Satana
Autore: Roberto Genovesi
Edizione: Newton Compton
Prezzo: 9,90€
Trama: Londra, 1888. Un uomo ha il potere di vedere efferati delitti del passato. Wilfred Gayborg è infatti un investigatore diverso da tutti gli altri. È uno psicometrista capace di “vedere” la storia di un’arma del delitto stringendola tra le mani. Tutti a Scotland Yard lo guardano con sospetto per le sue azzardate tecniche d’indagine, che si muovono nella zona d’ombra tra scienza e magia. Eppure Gayborg, grazie alle sue inquietanti scoperte, che risolvono sorprendentemente casi di efferati omicidi, occupa le pagine dei quotidiani. È un uomo dal passato tragico, segnato dalla morte, un’anima che vive nell’ombra, non concede nulla ai sentimenti e si mischia solo con le prostitute che popolano le vie della Londra notturna e più povera. Proprio quelle prostitute su cui si sta accanendo un misterioso serial killer, che la cronaca ha ribattezzato col nome di Jack lo Squartatore. E quando le vittime nei vicoli bui di Whitechapel cominciano ad aumentare, perfino i più scettici si convincono che Gayborg sia l’unico in grado di far luce sull’identità dello spietato assassino. Ma Gayborg deve fare presto, perché l’ombra di Jack si sta avvicinando pericolosamente all’unica donna che lui abbia mai amato…

Voto:3,5/5 (7/10)
Questo libro mi è piaciuto ma mi ha lasciato anche perplessa, perché ci sono cose che non mi hanno convinta del tutto.
"La mano sinistra di Satana" si riferisce, non come pensavo, a Jack Lo Squartatore, bensì al protagonista, che ha il dono della psicometria e più vedere la storia di un oggetto. O meglio i suoi ultimi ricordi.
L'idea mi è sembrata carina e particolare, tra l'altro inserita in un contesto storico, quello di fine ottocento, che vi si adatta perfettamente. Un'epoca nebulosa, i una città invasa dalla nebbia, dove magia e scienza si mescolano in maniera indissolubile.
Trovo che l'autore sia stato molto bravo a replicare questo dualismo, affiancando ai poteri psicometrici, gli studi sulle impronte digitali, e al protagonista, lo studioso Saltuari che analizza ossa e terreni di sepoltura in maniera scientifica.
Per quanto riguarda la trama, Genovesi ha sfruttato un vuoto storico: nessuno sa chi fosse jack Lo Squartatore, né perché uccidesse prostitute, quindi poteva essere chiunque e farlo per qualunque motivo. Su questo ha costruito il suo Jack e le sue, particolari, motivazioni.
Quello che non mi è piaciuto riguarda la lunga introduzione prima che la storia entrasse nel vivo. E' una vicenda che ha lo scopo di presentare il protagonista, ma francamente, quasi 100 pagine di extra mi sono sembrate troppe.
Il finale invece mi ha colpita piacevolmente. Ad un certo punto ho avuto il sospetto su chi fosse Jack, ma non avevo molti elementi per confermare. Questo ha creato quel po' di curiosità e aspettativa per andare avanti fino alla fine.
L'elemento che più ha abbassato il gradimento però, è stato proprio il protagonista. Non sono riuscita a stabilire se non fosse ben definito o se non ho colto io le indicazioni. In generale non mi ha suscitato nessuna simpatia né empatia. L'ho trovato a tratti codardo, a tratti arrogante, a tratti vittimista, ma nessuna buona qualità che mi facesse stare dalla sua parte.
Gli ho preferito i due celebri personaggi che l'autore gli ha affiancato come amici: George Bernard Show e Herbert George Wells. Non ho idea se il loro carattere e comportamento sia storicamente corretto, in ogni caso sono due ottime spalle che più di una volta aiutano Wilfred e lo tirano fuori dai guai.
L'ispettore Sagar ha lo stesso problema di Gayborg: mancanza di definizione. E' prepotente, violento, odia lo psicometrista, ma non viene mai chiarito per bene il perché.
Molto vaga anche la figura di Jack lo Squartatore. Onestamente compare pochissimo e anche quando al termine viene scoperto, di lui non veniamo a sapere niente. Solo i suoi motivi, indubbiamente importantissimi, ma io avrei voluto 'conoscerlo', sentire i suoi sentimenti e le sue emozioni.
Il libro è più improntato all'azione, nonostante l'autore inserisca dei momenti introspettivi, questo permette alla storia di scorrere abbastanza bene, assieme ad una buona distribuzione dei colpi di scena. Ho trovato dialoghi appropriati e buone le descrizioni che mi hanno permesso di visualizzare bene le scene. Peccato per la mancanza di coinvolgimento ed empatia, mi sarei divertita molto di più.

mercoledì 9 novembre 2016

Recensione: I pesci non chiudono gli occhi di Erri De Luca

Rieccomi con un libro non troppo lungo, carino quanto basta a passare un paio d'ore piacevoli.

Titolo: I pesci non chiudono gli occhi
Autore: Erri De Luca
Edizione: Feltrinelli
Prezzo: 12,00€
Trama: A dieci anni l'età si scrive per la prima volta con due cifre. È un salto in alto, in lungo e in largo, ma il corpo resta scarso di statura mentre la testa si precipita avanti. D'estate si concentra una fretta di crescere. Un uomo, cinquant'anni dopo, torna coi pensieri su una spiaggia dove gli accadde il necessario e pure l'abbondante. Le sue mani di allora, capaci di nuoto e non di difesa, imparano lo stupore del verbo mantenere, che è tenere per mano.

Voto: (3/5) 6/10
Dieci anni sono un'età importante, per la prima volta si scrivono due cifre anzichè una e questo deve pur voler dire qualcosa. Tipo che si diventa improvvisamente molto più grandi.
E' questo ciò che pensa il piccolo protagonista di questo breve romanzo e, attraverso i suoi occhi, l'autore mostra uno di quei momenti di passaggio che tutti abbiamo affrontato. Uno di quei momenti in cui corpo e mente sembrano scollarsi e fare ciascuno ciò che vuole. A dieci anni si è più grandi, maturi, adulti e invece il copro è sempre quello di un bambino, la stessa altezza, le stesse membra gracili. Il tentativo di far crescere quel corpo porta il ragazzino a vivere nuove esperienze che gli daranno più di quanto si aspetta.
La trama è stata relativamente semplice: un'estate di vacanza, una bambina molto carina, l'invidia di alcuni ragazzini più grandi. Però ho apprezzato il punto di vista del protagonista che parla in prima persona e ricorda i pensieri, la confusione, l'incomprensione per quei gesti che lui ancora non conosce.
Ha forse una logica un po' troppo matura per quell'età, ma l'intera storia è il ricordo di un sessantenne che ha probabilmente edulcorato la sua memoria di quel periodo.
Anche le esperienze sono forse un po' troppo acerbe, le avrei viste meglio qualche anno più tardi, ma si parla di metà novecento dove si era costretti a crescere un po' prima.
Come contorno, un po' di storia: le migrazioni verso l'America, l'indecisione se abbandonare la propria terra o meno, qualche accenno di guerra. Tutto molto sfumato come può esserlo se visto con gli occhi di un bambino.
La prima persona non consente di conoscere gli altri personaggi, che sono comunque marginali. Può avere più rilevanza la ragazzina (svegliotta secondo me), ma l'ho presa quasi più come un simbolo che come una persona reale. Probabilmente lo sono tutti, figure di un'Italia di 60 anni fa, lontana dalle girandole turistiche di oggi e dell'epoca.
Lo stile imita il poetico, ma in alcuni passaggi scade un po' nel banale e nel semplicistico. Alcune immagini sono molto belle mentre altre mi hanno lasciata perplessa. Dialoghi a metà tra l'infantile e il troppo maturo. La lettura scorre comunque piuttosto bene e il libro si legge in fretta.
Ammetto che i romanzi di formazione non sono il mio forte e non rientrano tra le mie letture preferite, spero comunque di essere riuscita a darvi un'idea abbastanza chiara del contenuto.