martedì 25 aprile 2017

Recensione: Rebel. Il deserto in fiamme di Alwyn Hamilton

Buona festa della liberazione a tutti!

Titolo: Rebel. Il deserto in fiamme
Titolo originale: Rebel of the sands
Autore: Alwyn Hamilton
Edizione: Giunti
Prezzo: 17,00 €
Trama: Amani non ha mai avuto dubbi: è sempre stata sicura che prima o poi avrebbe trovato una via di fuga dal deserto spietato e selvaggio in cui è nata. Andarsene è sempre stato nei suoi piani. Quello che invece non si aspettava era di dover fuggire per salvarsi la vita, in compagnia di un ricercato per alto tradimento.
Tiratrice infallibile, per guadagnare i soldi necessari a realizzare il suo sogno Amani partecipa infatti a una gara di tiro travestendosi da uomo. Tra gli avversari, il più temibile è Jin, uno straniero sfrontato, misterioso e affascinante. Troppo tardi Amani scoprirà che Jin è un personaggio chiave nella lotta senza quartiere tra il Sultano di Miraji e il figlio in esilio, il Principe Ribelle. Presto i due si troveranno a scappare attraverso un deserto durissimo e meraviglioso, popolato di personaggi e creature stupefacenti: come i bellissimi e pericolosi Buraqi, fatti di sabbia e vento ma destinati a trasformarsi in magnifici destrieri per chi abbia l'ardire di domarli; i giganteschi rapaci Roc; indomite donne guerriere dalla pelle color oro e sacerdoti capaci di leggere i ricordi altrui nell'acqua... Quando Amani e Jin si troveranno di fronte alle rovine di una città annientata da un fuoco di calore innaturale capiranno che la posta in gioco è più alta di quanto pensassero. Amani dovrà decidere se unirsi alla rivoluzione e capire se davvero quello che vuole è lasciarsi alle spalle il suo deserto.

Voto: 3/5 (6/10)
Questo libro mi ha lasciato molto indecisa sul voto finale. L'ho trovata una storia carina, scorrevole, piacevole da leggere ma niente di più.
La trama è abbastanza lineare, anche troppo (semplice è la definizione che mi sembra più attinente), coerente, ma senza 'scossoni'. Questa è la prima cosa che non mi è piaciuta: i personaggi sembrano non rischiare mai veramente. Le soluzioni sono intuibili e le situazioni non sembrano mettere veramente alla prova i protagonisti. Inoltre, anche se loro, ovviamente, non sanno che se la caveranno con poco, non trasmettono emozioni molto forti: la paura, il disagio, l'ansia sembrano tutte superficiali, come se stesse capitando a qualcun'altro e non a loro.
Ciò che più ha abbassato il voto, però, è stata la costante e fortissima impressione di 'copiato'. Non il semplice, e comunque fastidioso, 'già sentito', ma proprio copiato.
Amani mi ha fatto subito pensare alla Katniss di Suzanne Collins (Hunger Games) e alla Nihal di Licia Troisi (Cronache del Mondo Emerso) solo brava con la pistola anzichè con arco o spada. Il duello iniziale ricorda la prova che sostiene Nihal. Jin non ha niente di diverso dalle migliaia di coprotagonisti di libri simili. Il viaggio ne ricorda tanti altri (ma senza lo stesso mordente). L'ambientazione mi ha fatto pensare alla serie Grisha, solo con il deserto al posto del ghiaccio e, proprio come la serie di Leigh Bardugo evoca chiaramente la Russia e la Siberia, questa sembra chiaramente raccontare i paesi arabi, solo con un leggero velo che sposti il genere da urban fantasy a fantasy. Neanche la cultura e le leggende presentano un minimo di originalità. L'Ultima Contea sembra il dodicesimo distretto del mondo di Hunger Games con il ferro invece del carbone e anche il fatto che il ferro inibisca le creature sovrannaturali o le renda mortali sono sicurissima di averlo già letto altrove. Shazad ricorda la donna guerriero di Nessun dove (Neil Gaiman)
Per non parlare della trama in generale. Intuivo costantemente cosa sarebbe accaduto dopo e come sarebbe andata a finire in generale.
Questo ha tolto tutto il fascino (e molti voti) al libro.
Stessa cosa con lo stile in cui è scritto: semplice, piatto, senza rifiniture. Vocabolario strettissimo e immagini già viste e sentite. In talune descrizione ho scorto un pallido tentativo di imitare Le mille e una notte, ma senza riuscire a raggiungere la stessa forza evocativa e lo stesso fascino ammaliante.
Lo so, il libro andrebbe preso come storia a se stante e difatti ho precisato che è carino, scorrevole e piacevole. Purtroppo io non sono riuscita a separarlo da tutte le letture che lo hanno preceduto.
Neanche da dire che io sia una lettrice assidua del genere e quindi ormai ho letto di tutto, perché la mia comfort zone è tutt'altro genere.
Visto che comunque non mi è dispiaciuto leggerlo, probabilmente concederò una possibilità al suo seguito, nella speranza che trovi una sua originalità. In ogni caso sarà sicuramente una lettura veloce.

sabato 15 aprile 2017

Recensione: Torta al caramello in Paradiso di Fannie Flagg

E mentre voi vi state preparando per andare alla messa di mezzanotte io vi lascio la mia opinione su un libro che reputo abbastanza adatto a questa festività.
Buona Pasqua a tutti da parte di Dru e Dil.

Titolo: Torta al caramello in paradiso (Elmwood Springs 03)
Titolo originale: Can't Wait to Get to Heaven
Autore: Fannie Flagg
Edizione: Rizzoli
Prezzo: 10,00 €
Trama: La vita è proprio strana... Lo può ben dire l'ultraottantenne Elner Shimfissle, che un momento prima si inerpica sulla scala per raccogliere i fichi dall'albero e un momento dopo si ritrova a terra, priva di sensi dopo essere stata punta da uno sciame di vespe. I vicini la soccorrono subito e la portano in ospedale dove purtroppo i medici non possono far altro che constatarne il decesso. Alla notizia, parenti, amici e l'intera comunità della cittadina di Elmwood Springs sono colti da un'infinita tristezza e da un rimpianto inconsolabile: con i suoi saggi consigli e la sua purezza di cuore quella generosa e intrepida vecchietta era stata un punto di riferimento prezioso per tutti. Iniziano i preparativi per il funerale e da tutto il paese arrivano fiori e condoglianze. Ma nessuno ha fatto i conti con la defunta... Elner, stesa su una barella in camera mortuaria, apre gli occhi con l'impressione di sentirsi molto meglio e, benché stupita che nessuno si accorga più di lei, si alza, esce dalla porta, percorre il corridoio fino a un ascensore, vi sale e, dopo un viaggio che ha dell'incredibile, si ritrova in Paradiso a vivere un'avventura che non si sarebbe mai aspettata, incontrando persone che non avrebbe mai creduto di poter vedere, esaudendo il suo grande sogno: domandare tutto ciò che ha sempre voluto sapere riguardo alla Vita. Ma forse la sua ora non è ancora giunta, ed Elner potrebbe tornare indietro, nel mondo dei vivi, a rivelare qual è il segreto della felicità.

You can translate this review on: http://labibliotecadidrusie.blogspot.it/
Voto: 8/10
Questo è il secondo libro di Fannie Flagg che leggo, ma posso già dire che è entrata tra le mie autrici preferite.
La positività e la gioia di vivere che pervade le sue storie sono un balsamo per la speranza e il buon umore e io adoro le storie allegre e scanzonate.
Se poi ci aggiungiamo che la protagonista è un ultraottantenne il mix per conquistarmi è completo.
La storia è surreale, ma neanche tanto, dal momento che esperienze di pre morte sono state riferite anche nella realtà, e anche abbastanza semplice e lineare. Niente di complesso e impegnativo. Da lettrice mi sono goduta il viaggio attraverso le pagine senza dovermi concentrare troppo.
La trama è carina ma niente di più; è uno di quei casi in cui ciò che fa la differenza sono i protagonisti.
Ho conosciuto così la zia Elner, una vecchietta che vorrei davvero come zia, e tutto il vicinato che la circonda. Personaggi talvolta buffi, tal'altra un filo melodrammatici, ma tutti adorabili.
Elner è una di quelle persone scanzonate, che sembrano ai limiti dello svampito, ma che in realtà conservano quella gioia di vivere infantile spesso oscurata dallo stress e da problemi che non sono proprio così insormontabili (buffissima la scena in cui lei è in perfetta forma e i medici si affannano urlando e correndo come se stesse per morire). Regala un aquilone ad un bambino solo per farlo stare con la testa alta; istituisce il comitato del tramonto solo per guardarlo ogni sera in compagnia; lascia che le chiocciole le devastino il giardino e ha sempre un gatto arancione (non è lo stesso gatto) di nome Sonny. Prende ogni cosa con curiosità, perfino la sua morte, e cerca di porre rimedio a quel poco di male che le è capitato di fare. Affronta con la stessa noncuranza l' incontro con il Creatore e nascondere una pistola nel cesto della biancheria.
Le persone attorno a lei sono essenzialmente stereotipi volutamente portati all'estremo per lanciare specifici messaggi al lettore (Norma che non si impone mai, Tot sempre polemica e negativa e così via).
E di messaggi in questo libro ce ne sono moltissimi, tutti positivi.
Anche la scrittura è leggera come sempre nei libri della Flagg. La trovo rilassante e divertente e facilita moltissimo la lettura. Poche le descrizioni, molti i pensieri, un po' surreali i dialoghi.
Sarà che sono un'inguaribile ottimista e amo le cose positive, ma certi libri sono una bella iniezione di fiducia e di messaggi positivi.
E poi in fondo ci sono le ricette, compresa la famosa torta al caramello. Devo provarla!

giovedì 13 aprile 2017

Recensione: Cuccioli per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio De Giovanni

Eccomi con un libro della mia comfort zone. E ammetto che ci voleva. Per varie cose sono rimasta indietro con questa serie, ma averla ripresa mi ha fatto venire voglia di avere al più presto tra le mani i seguiti.
Intanto vi lascio la mia opinione su quest'avventura uscita ormai un paio di anni fa.

Titolo: Cuccioli per i Bastardi di Pizzofalcone
Autore: Maurizio De Giovanni
Edizione: Einaudi
Prezzo: 19,00€
Trama: Una neonata viene abbandonata accanto a un cassonetto della spazzatura. Una giovane domestica ucraina rimane presa in una morsa di avidità e frustrazioni. I piccoli animali randagi spariscono dalle strade. Cullata dall'aria frizzante di un giovane aprile, la città sembra accanirsi contro l'innocenza. Il compito di combattere un male più disumano del solito tocca a una squadra di poliziotti in cui pochi credono. Li chiamano i Bastardi di Pizzofalcone.  

Voto: 4/5 (8/10)
In questo nuovo episodio, i Bastardi più adorati di sempre sono alle prese con Cuccioli di tutti i tipi, da quelli classici (cani e gatti) a quelli umani.
Ammetto che non è stato facile leggere questo libro: la crudeltà verso esseri così indifesi mi turba sempre molto. Non serve neanche ripetersi che è solo un libro, perché c'è la consapevolezza che certe cose accadono anche nella realtà.
Comunque sono andata avanti e giunta al termine, favorita dai bellissimi personaggi, dall'intreccio e dallo stile poetico e pacato.
come sempre De Giovanni coinvolge tutti i suoi personaggi su più filoni, in modo da impiegarli tutti, uno più rilevante e altri (in questo caso uno) un po' più di sottofondo.
Entrambe le storie mi hanno coinvolta e stimolata: sono curate, complesse, con colpi di scena ben dosati e in grado di suscitare un'ampia gamma di sentimenti.
Istintivamente si cerca di capire cosa possa essere successo e l'autore fa sì che sembri sempre la cosa più ovvia, poi all'improvviso sterza e le indagini prendono una piega diversa. Solo ad un certo punto ho avuto un' intuizione, ma non si è rivelata del tutto corretta.
Inframezzate ai due filoni ci sono le storie personali dei personaggi iniziate nel primo libro e che si sciolgono piano piano.
Un gradino più protagonista degli altri è Francesco Romano, soggetto a scatti d'ira e di violenza. A me è sempre piaciuto e ho sempre parteggiato per lui e Giorgia, salvo poi scoprire che la ex moglie non è così santa come sembra. Mi sono resa conto che finora era comparsa solo nei ricordi dell'assistente capo. Stavolta compare davvero e io non ho potuto fare a meno di darle della stronza. Hulk rivela un aspetto davvero dolce che spero di rivedere nei prossimi libri.
Sono rimasta male anche per Alex. Il suo rapporto con Rosaria subisce uno scossone che mi ha lasciata di stucco. Ci si aspetterebbe che ci ama sia comprensivo e paziente, invece non è sempre così. La bella agente meriterebbe tempo e fiducia, ma forse è più facile da lettore conoscendone i pensieri.
Ripensandoci l'unico a cui va un po' meglio è Aragona.
Anche a Lojacono, ma io non sopporto Letizia.
Al di là dei miei gusti personali, tutti i personaggi sono curatissimi e approfonditi. Si riesce ad avere un quadro chiaro anche di quelle figure utili solo ai fini del singolo libro. A De Giovanni bastano poche frasi per dipingere buoni e cattivi, tra l'altro passando per la testa di altri personaggi senza ricorrere alla descrizione fredda di un'occhio onnisciente.
Come ho già accennato, la scrittura è pacata e confortante. Il lettore si sente quasi cullato e può lasciarsi travolgere dalle emozioni senza che gli venga sbattuta in faccia qualche scena cruda all'improvviso. Mi piace questo modo di mostrare l'orrore senza per forza dover ricorrere a parole o immagini raccapriccianti.
Vogliamo poi parlare dei capitoli di intermezzo? Ai limiti della poesia pura. Sono momenti quasi fini a se stessi, riflessivi, solo vagamente attinenti, eppure bellissimi da leggere, riposanti, quasi una favola della buona notte.
So che sono già usciti altri due libri della serie e spero di recuperarli al più presto. Ho appena finito questo e i Bastardi già mi mancano. Poi sono troppo curiosa di sapere cosa ne sarà della bambina.

martedì 4 aprile 2017

Teaser Tuesdays #131


Oggi è martedì e torna Teaser Tuesdays, rubrica ideata dal blog Should be Reading, ma che io ho scoperto su Atelier dei libri. La mia consocia grafica aveva comunque una rubrica simile sul suo blog, Dillina, chiamata Perle dai libri. Visto che io spesso ho letto cose in seguito ai Teaser ho pensato di adottarla.

Le regole sono davvero semplici e sarei felice se mi lasciaste i vostri teaser!

Eccole:

  • Prendete un libro che state leggendo; 
  • Apritelo in una pagina a caso; 
  • Condividete un breve spezzone di quella pagina ("Teaser") senza fare spoiler (controllate prima di postare); Riportate titolo e autore per tutti coloro che vogliono leggerlo ^_^ 


Ecco a voi il mio Teaser di oggi.



<< Arrivarono al capanno accompagnati solo dal fruscio dei loro piedi sul terreno e dal cinguettio degli uccelli. Mike non l'aveva guardato nemmeno una volta. Quel tipo era un attore incredibile; aveva recitato in modo impeccabile per tutto il giorno, convincendo chiunque di essere profondamente innamorato di James. Era stato così convincente che persino James era stato sul punto di crederci.
«C'è qualcuno?» chiese a voce alta mentre si avvicinavano alla porta.
«Oh, andiamo, è vuoto.» Mike diede un calcio alla porta giusto per aggiungere enfasi, e quella si aprì con un cigolio. Mike entrò senza pensarci due volte, ma dovette girarsi di lato e chinare la testa per passare dalla porticina.
James lo seguì con un sospiro. C'erano delle bottiglie vuote e dall'altra parte spazzatura in un angolo, ma per il resto il capanno era tutto loro, per cui si mise in ginocchio e cominciò a togliersi la scomoda corazza. L'aria lì dentro era un po' stantia, ma non era sgradevole. E almeno erano all'ombra e non dovevano correre.
Mike si sedette sul pavimento e poggiò gli occhialoni e l'elmetto. «Quanto dovrebbe andare avanti ancora?»
James si strinse nelle spalle. «Non ne ho idea. L'ultima volta sono morto nel primo quarto d'ora.» >>


Mr. Jaguar
K. A. Merikan



Qual è il vostro teaser? ^_^


lunedì 3 aprile 2017

Recensione: Il rumore della pioggia di Gigi Paoli

Altro bel librino soddisfacente, di un autore italiano che merita.


Titolo: Il rumore della pioggia
Autore: Gigi Paoli
Editore: Giunti
Prezzo: 15,00 €
Trama:  Sono ormai alcuni giorni che Firenze è sferzata da una pioggia battente e, come se non bastasse, la visita del presidente israeliano ha completamente paralizzato la città. Carlo Alberto Marchi è intrappolato nella sua auto che da casa lo porta al Palazzo di Giustizia, quando apprende una notizia davvero ghiotta per un cronista di giudiziaria a corto di esclusive: all'alba, in un antico palazzo di via Maggio, la prestigiosa strada degli antiquari, viene trovato morto con ventitré coltellate l'anziano commesso del negozio di antichità religiose più rinomato di Firenze. Un caso molto interessante anche perché il palazzo è di proprietà della Curia e sopra al negozio ha sede l'Economato. Marchi si mette come un mastino alle calcagna dei magistrati nella speranza di tirar fuori uno scoop e chiudere finalmente la bocca al direttore del Nuovo Giornale. Sempre correndo come un pazzo, intendiamoci, perché a casa c'è Donata, la figlia di dieci anni che inizia a lanciare i primi segnali di un'adolescenza decisamente in anticipo. Ma stavolta conciliare il ruolo di padre single con quello di reporter d'assalto sembra davvero un'impresa disperata: sì, perché c'è tutto un mondo che ruota intorno al delitto di via Maggio e le ipotesi che si affacciano sono sempre più inquietanti. Su tutte, l'ombra della massoneria, che in città è prospera e granitica da secoli. E l'inchiesta corre veloce in una Firenze improvvisamente gotica e oscura.


Voto: 4/5 (8/10)
Ogni tanto mi imbatto in piacevoli scoperte e Il rumore della pioggia di Gigi Paoli lo è stata sicuramente. Il romanzo d'esordio di questo autore italiano è ambientato in una Firenze, incupita da una pioggia incessante, e teatro di un terribile omicidio.
Quando un antiquario viene trovato morto nel suo negozio specializzato in oggetti religiosi, non sono soltanto le forze dell'ordine a mobilitarsi ma anche i giornalisti. Ed è così che si svolgono le indagini, percorrendo questo doppio binario. Da una parte il colonnello Lion, il PM Mastrantonio, e tutta la macchina investigativa che si attiva per raccogliere prove, ipotizzare un movente, imbastire teorie che possano condurre al colpevole di un delitto tanto efferato quanto inspiegabile; dall'altra i giornalisti, sempre in cerca di particolari esclusivi, di dati essenziali per confezionare la notizia e mandare in stampa il quotidiano.
Ed è proprio un giornalista di cronaca giudiziaria la punta di diamante del romanzo. Carlo Alberto Marchi è un personaggio carismatico, intraprendente, che si divide tra i due amori della sua vita: il lavoro e Donata, la figlia di dieci anni.
Due amori che lo assorbono pienamente senza lasciate spazio ad altro, soprattutto perché dopo l'abbandono della moglie (che, da madre, mi chiedo come abbia fatto ad abbandonare anche la figlia, ma tant'è!), e diversi tentativi disastrosi di riprovare il confronto con l'universo femminile, giunge alla conclusione che l'unica donna della sua vita è Donata.
Con la sua ironia e, soprattutto, autoironia, da personaggio genuino, che riconosce i propri limiti e quasi sottolinea le proprie carenze, Marchi ci guida non solo nel mondo del giornalismo, presentato in maniera accurata e accattivante (un ambito che adoro, tra l'altro), ma anche tra le vie, i palazzi e la vita di una Firenze vista con occhi diversi.
Mi risulta sempre un po' difficile parlare di un romanzo giallo senza incappare nell'inevitabile spoiler ma posso tranquillamente dire che la trama è fitta. Nel corso delle indagini si scaverà nel marcio che si annida in certi ambienti esclusivi, dalle famiglie benestanti alla chiesa; tutti gli elementi porteranno ad una soluzione del caso quasi comoda, seppur fondata, che il lettore può intuire facilmente, almeno io l'ho intuita appena si è accennato a certi fattori. Ma non tutto è sempre come sembra.
Ciò che mi è piaciuto di più di questo romanzo è il fatto che il giornalista E' un giornalista. Ho apprezzato il rispetto di Paoli per il personaggio, che sì, è intuitivo, è curioso, è a tratti anche irriverente, ma rimane un giornalista e fa il suo mestiere. A risolvere il caso ci pensa la giustizia. Marchi non appare come il super personaggio che fa tutto e scopre tutto. E questo mi piace.
Lo stile di Paoli mi ha tenuta incollata alle pagine. E' scorrevole ed interessante. Non annoia neanche nelle descrizioni, che non lesina. La narrazione si alterna tra la terza e la prima persona, che è limitata al solo punto di vista di Marchi.
Malgrado le tematiche serie, Paoli riesce ad equilibrare bene i momenti di tensione a quelli più leggeri, ironici e quasi divertenti, mantenendo alta l'attenzione del lettore senza appesantire la storia.
Direi che posso sfregarmi le mani nella speranza che questo romanzo sia il primo di una serie che leggerò con piacere.





domenica 2 aprile 2017

Recensione: Le belle Cece di Andrea Vitali

Non amo particolarmente quest'autore e sapevo che sarebbe stata una lettura fallimentare, ma sono stata 'sfidata' a leggerlo e avevo questo libro in casa, quindi perché non dargli (l'ennesima) possibilità?
Gliel'ho data. Non ha funzionato.

Titolo: Le belle Cece
Autore: Andrea Vitali
Edizione: Garzanti
Prezzo: 16,40€
Trama: Maggio 1936. Con la fine della guerra d'Etiopia nasce l'impero fascista. E Fulvio Semola, segretario bellanese del Partito, non ha intenzione di lasciarsi scappare l'occasione per celebrare degnamente l'evento. Astuto come una faina, ha avuto un'idea da fare invidia alle sezioni del lago intero, riva di qui e riva di là, e anche oltre: un concerto di campane che coinvolge tutti i campanili di chiese e chiesette del comune, dalla prepositurale alla cappelletta del cimitero fino all'ultima frazione su per la montagna. Un colpo da maestro per rendere sacra la vittoria militare. Ma l'euforia bellica e l'orgoglio imperiale si stemperano presto in questioni ben più urgenti per le sorti del suo mandato politico. In casa del potente e temutissimo ispettore di produzione del cotonificio locale, Eudilio Malversati, si sta consumando una tragedia. Dopo un'aggressione notturna ai danni dell'ispettore medesimo, spariscono in modo del tutto incomprensibile alcune paia di mutande della signora. Uno è già stato rinvenuto nella tasca della giacca del Malversati. Domanda: chi ce l'ha messo? E perché? Il problema vero, però, non è questo, bensì che fine abbiano fatto le altre. Dove potrebbero saltar fuori mettendo in ridicolo i Malversati, marito e moglie? Non essendo il caso di coinvolgere i carabinieri, per non mettere in giro voci incontrollabili, il Semola viene incaricato di risolvere l'enigma.

Voto: 3/5 (6/10)
Eccomi oggi a parlarvi di un libro che, purtroppo, mi ha lasciata così indifferente da farmi pentire di averci speso tempo.
Vitali sceglie fatti banali, anche se un po' pruriginosi, per parlare dell'Italia del passato e lo fa con una buona dose di ironia.
E' chiaro che da dietro le quinte si diverte a mettere i suoi personaggi in situazioni imbarazzanti da cui non riescono a venirne fuori tanto facilmente. Non all'epoca.
Parlare di mutande femminili, in piena epoca fascista, causava imbarazzo ed esponeva signora e familiari al pubblico ludibrio e come questa anche altre piccole cose che, oggi, non farebbero il minimo scalpore, oltre a risolversi in, più o men, due minuti netti.
Da tale imbarazzo partono tutta una serie di frasi a metà, di detto/non detto, di 'ci siamo capiti' anche se nessuno ha capito niente (o se ha capito può comunque interpretare a modo proprio) che dovrebbero far ridere e sorridere.
Dovrebbero, perché con me non ha funzionato. Ho provato, a prendere tutto alla leggera e con ironia, ma più andavo avanti e più mi chiedevo se davvero stavo perdendo tempo dietro alla storia di un paio di mutande. Se davvero quelle situazioni, che percepivo trite e ritrite, facevano ridere o almeno sorridere. A me no. E il detto/non detto alla lunga mi ha stancata.
Poi magari l'ambientazione è accurata e precisa, ma in questo caso non ho cognizione di causa quindi non posso esprimermi.
Il finale è un po' buttato lì. Forse poteva essere preparato meglio.
I personaggi...
Salvo solo il maresciallo Maccadò. Lui mi è piaciuto. Tosto, abbastanza furbo (e anche un po' stronzo), rimette a posto gli avversari e si gode i suoi momenti con maestria senza far capire a chi ha davanti, quanto si sta divertendo.
Tutti gli altri li ho trovati un po' ridicoli e ai limiti del grottesco, primi fra tutti Fulvio Semola, che per risolvere un caso ridicolo tira fuori un polverone, e Eudilio Malversati (il cognome è già di per sé un programma).
Le belle Cece del titolo? Due oche giulive a cui avrei volentieri tirato il collo.
Carina anche Selina, donna che sa come farsi rispettare a dispetto di un'epoca dove sembra che le donne dovessero essere tutte remissive.
Tralasciando l'uso smodato dell'ironia, che alla lunga mia ha stancata, lo stile è stata l'unica cosa piacevole. Leggero, velocissimo, ha permesso che il libro mi scivolasse comunque via con facilità permettendomi di perderci davvero poco tempo (almeno quello). I capitoli sono da brevi a brevissimi e questo mantiene un buon ritmo. Essenziali le descrizioni, pochissimi i flashback.
So che Vitali ha molti lettori appassionati, ma io non riesco mai ad entrare tra questi. 'Le belle Cece' è forse il più carino che ho letto, ma continua a sembrarmi una perdita di tempo, le trame non mi coinvolgono e non mi interessano, i personaggi non mi piacciono e non amo particolarmente neanche il momento storico in cui ambienta i suoi romanzi.